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196 ODISSEA

dentro le fitte maglie di sciàbica; e giacciono tutti
sopra la sabbia, guizzando per brama dei flutti marini,
sin che cocente la fiamma del sole li tolga di vita:
simili a questi, i Proci giacevano l’uno su l’altro.
Ed a 1 elemaco Ulisse divino Cosí favellava:
«Presto, Telemaco, adesso va su, la nutrice Euriclèa
chiama, che venga da me; ché io debbo darle un comando».
Disse; e il comando del padre Telemaco presto adempieva:
corse alle stanze, dischiuse la porta, e chiamò la nutrice:
«Alzati, e vieni qui, vecchietta, che in questo palazzo
sei preposta alle donne che prestan servizio, a vegliarle:
seguimi: ché mio padre ti chiama per darti un comando».
Disse: né furono vane parole; ma l’uscio richiuse,
e mosse ove guidava Telemaco, dietro ai suoi passi.
E trovò dunque Ulisse che stava su i corpi trafitti,
lordo tutto di grumi di sangue: pareva un leone
che da la spoglia sbranata d’un bove sbandato si stacca:
tutta dinanzi è la giubba cosparsa di sangue: ne goccia
Cuna mascella e l’altra, spettacolo orrendo a vederlo:
cosi le mani e i piedi d’Ulisse parevano lordi.
Come i trafitti ella vide, gl’innumeri fiotti del sangue,
fu per alzare un grido di gioia dinanzi a tal gesta.
Ma quella sua gran voglia Ulisse frenò, la trattenne,
e le parlò, le volse Cosí la veloce parola:
«Dentro te, vecchia, t’allegra, ma frénati, ma non gridare,
ché millantar sopra genti cadute non è generoso.
Vittime caddero questi del fato segnato dai Numi,
e dei misfatti loro; ché a niuno degli uomini, quanti
qui ne giungessero, avevan riguardo, né al tristo né al buono.
Ma delle colpe loro pagato hanno il tristo compenso.