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194 ODISSEA

Detto cosi, raccolse da terra una spada: Agelào,
colpito a morte, se l’era lasciata sfuggire di mano:
glie la vibrò con pugno gagliardo per mezzo a la nuca;
e sul -terreno piombò la testa che ancora parlava.
Femio, il cantore, figliuolo di Terpi, alia Parca ferale
era sfuggito: per forza doveva ei cantare fra i Proci.
E stava, fra le braccia tenendo la cetera arguta,
presso l’usciolo: e il cuore fra due gli ondeggiava: se uscisse
fuor dalla porta, e sui gradi dell’ara di Giove potente,
che nella corte sorgeva solenne, sedesse, ove molte
cluni solean di giovenchi bruciare Laerte ed Ulisse;
o se corresse ai ginocchi del Sire, e tentasse la prece.
Questo, Cosí riflettendo, gli parve migliore partito:
correre alle ginocchia d’Ulisse figliuol di Laerte.
Però depose giú la cétera concava al suolo,
in mezzo, fra un boccale e un trono dai chiovi d’argento:
egli poi si lanciò, si strinse ai ginocchi d’Ulisse,
e, scongiurandolo, queste veloci parole gii disse:
«Io ti scongiuro, Ulisse, risparmiami, lasciami vivo.
In avvenire ne avresti rimorso tu stesso, se ora
spengi il poeta: ch’io levo pei Numi e per gli uomini il canto.
L’arte ho appresa da me: ché un Dio mi gittava nell’alma
d’ogni canzone i germi: per te vo’ disciogliere il canto,
come per un Celeste: per ciò non volermi sgozzare.
Anche Telemaco, il figlio tuo caro, può dirtelo, questo,
che non di buona voglia venivo in tua casa, che nulla
io vi cercavo; e assistevo cantando ai banchetti dei Proci,
sol perché molti e gagliardi mi ci trascinavano a forza».
Disse cosi. L’udiva Telemaco, stirpe divina,
ed a suo padre, che gli era vicino, tai detti rivolse: