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CANTO XXII 193

piombò giú prono, e il suolò percosse con tutta la (accia.
Ecco, ed allora Aléna dall’alto soffitto scoperse
l’ègida sterminatrice: sgomenti rimasero i Proci,
e per la stanza fuggivano al par di sbandate giovenche,
quando su loro l’assillo veloce si avventa e le sperde,
a primavera, quando già lunghi si volgono i giorni.
Come allorché gli avvoltoi, dall’unghie, dai rostri ricurvi,
calano giú. dai monti, si lanciano sopra gli uccelli:
fuggono questi giú dalle nubi, si gittano al piano:
quelli, su loro piombando, ne fanno sterminio, né scampo
v’è, né rifugio; e la gente contempla la caccia, e si gode:
similemente i Proci, cacciati per tutta la stanza,
l’uno cadea su l’altro: dei crani percossi il rimbombo
sconcio si alzava, e tutto fumava di sangue il piantito.
Or si lanciò Leiòde, d’Ulisse abbracciò le ginocchia,
e, supplicando, queste gli volse veloci parole:
«Io ti scong’uro, e tu abbi pietà, non voler la mia vita.
Mai, te lo giuro, Ulisse, non feci né dissi alcun male
nella tua casa con le tue donne: ma anzi solevo
dissuader gli altri Proci, se male adoprar li vedessi.
Ma non mi davano retta, frenar non sapevan le mani.
Essi or soggiacquero al tristo destino pei loro misfatti:
io le primizie ardevo soltanto; né mai feci danno.
Pure morrò; che non ha compenso chi opera bene».
E biecamente guardandolo, Ulisse l’accorto rispose:
«Se, come dici, fra quelli le vittime ardevi, di certo
piú d’una volta, fra queste mie mura, avrai fatto I augurio
che tardi per me l’ora giungesse del dolce ritorno,
e che toccasse a te la mia sposa, e ne avessi figliuoli.
Ecco perchè non potrai fuggire la doglia di morte».
Omero. 11-13