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CANTO XXII 191

a render bene, fra l’impeto ostile, a chi bene gli fece».
Disse, né ancor gli concesse vittoria, ma meltere a prova
volle la forza ancora, l’ardire d’Ulisse e del figlio. •
Essa, veloce al pari di rondine, via con un lancio
al fumicato soffitto balzò, stette immota a vedere. ’
Ed Agelao, di Damàstore figlio, dava animo ai Proci,
e Demoptòlerao, ed Anfimedonte. ed Eurinomo, e il saggio
Pòlibo, con Pisandro, figliuol di Polittore: questi
erano insigni e primi per l’alto valore, fra quanti
Proci campavano ancora, lottando a difender la vita:
sotto le frecce fatali già tutti eran gli altri caduti.
Dunque, diceva Agelao, volgendosi a lutti i compagni:
«Or si, costui dovrà frenare le mani gagliarde:
Mentore, dopo i suoi vanti sonori, s’è già dileguato,
e su la soglia sono rimasti essi soli. Su via,
lanciate tutti quanti d’un colpo le lunghe zagaglie.
Presto, voi primi sei lanciatele dunque, se Giove
vi concedesse che Ulisse feriste, e ne aveste la gloria:
quando caduto ei fosse, quegli altri non dànno pensiero».
Disse; e come egli esortava, scagliarono tutti le lance,
pieni d’ardore; ma i colpi mandò tutti a vuoto la Diva:
colpiva uno un pilastro, sostegno dell’alta magione:
l’altro le solide imposte dell’uscio; ed il terzo confisse
nella parete la punta di bronzo del frassino lungo.
Or, poi che andarono a vuoto le lance dei Proci, ai suoi quattro
queste parole Ulisse tenace divino rivolse.
«Amici, anch’io vi debbo rivolgere un mònito uguale:
di saettar le zagaglie sui Proci, che vogliono adesso
toglierci pure la vita, per giunta ai malanni di prima».
Disse: pigliaron la mira, lanciarono tutti d’un colpo