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190 ODISSEA

Ora vicino ad essi si fece la figlia di Giove,
Atena, e aveva assunta di Mentore forma e loquela.
E s’allegrò vedendola, Ulisse, e fai detti le volse:
«Mentore,• aiutami in questo frangente, ricorda l’amico,
e tutto il bene ch’io li feci, e l’età che ci agguaglia».
Cosí dicea, sicuro che Atena pugnace era quella.
Ma fiero strepito i Proci levavan di fondo alla stanza;
ed Agelao, di Damàstore il figlio, per primo la offese:
«Mentore, ve’ che le ciarle d’Ulisse non t’abbiano a indurre
ad attaccar battaglia coi Proci, e a prestargli soccorso:
se no, codesta briga finisce come ora ti dico:
dopo che padre e figlio saranno caduti trafitti,
tu dopo quelli sarai sgozzato, se vieni fra queste
mura con queste idee: Cosí pagherai col tuo capo.
E quando poi t’avremo col ferro levata la vita,
le tue sostanze, quante n’hai tu, nella casa e nei campi
le ammasseremo con quelle d’Ulisse: né piú lasceremo
che i tuoi figliuoli in casa tua vivano, vivan le figlie,
né che restare in Itaca possa la cara tua sposa».
Disse Cosí: tanto piú s’accese lo sdegno d’Atena.
E con irate parole rivolse ad Ulisse un rimbrotto:
«Piú non ti resta la forza nel cuore, non l’impeto, Ulisse,
come allorché per la figlia di Giove dal candido bracci-’
senza mai tregua nove anni valesti pugnar coi Troiani,
e nella fiera mischia tanti uomini spenti abbattevi,
e per il tuo consiglio la rocca di Priamo cadde.
Ora che in casa tua sei giunto, e difendi i tuoi beni,
messo dinanzi ai Proci, ti periti d‘ essere prode!
Piàntati a me dappresso, su, pigro, ed osserva la prova.
Veder potrai se il figlio d‘ Alcimi, se Mentore vale