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CANTO XXII 189

O. meglio, ad una fune legatelo, e issatelo al sommo
d’una colonna eccelsa, sospeso vicino alle travi,
si che, tardando a morire, patir debba un’aspra tortura
Disse: ascoltarono i due, né furono tardi a obbedire.
Corsero su; né Melanzio s’accorse di loro, ché’ stava
dentro la camera, e l’armi scovava per gli angoli. I due
stettero presso alla porta, da un lato e dall’altro, in agguato.
Ed ecco, su la soglia comparve il pastore Melanzio,
che nella mano destra reggeva una bella celata,
nella sinistra uno scudo vetusto, fiorito di muffa,
cui, giovanetto ancora, portava il sovrano Laerte.
Ora giaceva là con le cinghie scucite e disciolte.
Gli si avventarono sopra, lo Irasser, ghermito ai capelli,
dentro la stanza, rovescio, gemente lo stesero al suolo,
le mani entrambe e i piedi gli strinser di nodi crudeli,
piú volte e piú per tutto volgendoli in solidi giri,
come ordinato aveva il figlio divin di Laerte.
Quindi, una corda legatagli al corpo, lo issarono al sommo
d’una colonna eccelsa, sospeso vicino alle travi.
E per trafiggergli il cuore, Cosí gli dicevi, o porcaro:
«Ora si, tutta la notte, Melanzio, in un morbido letto
quale neppure potevi sognare, sdraiato starai.
Ti troverà ben desto l’Aurora dall’aureo trono,
che, mattiniera, dai flutti si leva d’Oceano, quando
tu porti qui le capre, perché ne banchettino i Proci».
Cosí rimase quello sospeso alla fune letale.
I due ripreser l’arme, serraron la lucida porta,
presso tornarono a Ulisse l’accorto dal pronto consiglio.
Cosí stettero i quattro, spirando belligera furia,
sopra la soglia; e dentro quegli altri: prodi erano e molti.