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CANTO XXII 185

Ora a ben giusto castigo soccombe; e tu mostrati mite
•con la tua gente. E noi tutti, tuoi sudditi, a te per ammenda
di tutto quanto fu mangialo e bevuto in tua casa, ’
qui recheremo un compenso ciascuno di venti giovenchi,
e ti daremo oro e bronzo, finché ne sia pago il túo cuore;
prima di ciò, darti biasmo nessuno potrà del tuo cruccio».
E bieco lo guardò, Ulisse, e rispose: «Neppure
se tutti quanti mi deste, Eurimaco, i beni paterni,
quanti n’avete, quanti altri possiate trovarne a impinguarli,
neppure allor vorrei trattenere le man’ da la strage,
prima d’avere tutti puniti i misfatti dei Proci.
Ora vi restan due strade: combattere o darvi alla fuga,
chi con la fuga potrà schivare il destino e la morte;
ma niuno sfuggirà, ne son certo, l’estrema rovina».
Cosí diceva; e a lutti mancarono cuore e ginocchia.
Ma nuovamente parlò Eurimaco, e disse ai compagni:
«Amici miei, di certo quest’uomo alle invitte sue mani
non porrà freno: e poiché stringe in pugno l’arco e il turcasso,
piantato su la soglia, ci saetterà, sinché tulli
ci abbia veduti morti. Su dunque, pensiamo a lottare.
Su, sguainate le spade, vi siano le tavole scudi
contro le frecce letali, piombiamo su lui tutti insieme,
se lo possiamo sbalzare lontan dalla soglia e dall uscio,
e sparpagliarci per Itaca, alzando le grida al soccorso:
l’ultime frecce Cosí forse avrebbe lanciato quest’uomo».
Detto cosi, sguainò la spada di bronzo a due tagli,
acuminata, e piombò su l’eroe con un orrido grido.
Ma, colto il punto, scagliò Ulisse divino una freccia,
e lo colpi nel petto, sottessa una mamma, e il veloce
dardo gli conficcò nel fegato: giú da la mano