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184 ODISSEA

lungi da sé la mensa: i cibi si sparsero al suolo,
furono il pane e la carne lordati di sangue. Ed i Proci
alto levarono Un grido, vedendo il compagno riverso,
e su balzàr dai seggi, correndo qua e là per la stanza,
gli occhi ansiosi d’intorno volgendo alle salde pareti.
Ma scudo ivi non era da prender, né solida lancia.
E con irose parole, d’ingiurie coprirono Ulisse:
«Pel tuo malanno, straniero, colpito hai quest’uomo. Di gare
non ne farai piú altre: di certo farai mala fine.
Quest’uomo hai posto a morte che era il migliore dei figli
d’Itaca: adesso dovranno sfamarsi di te gli avvoltoi».
E biecamente Ulisse guardandoli, questo rispose:
«Cani, non Io pensavate, che dalla città dei Troiani
sarei tornato un giorno, che a sacco tutta la casa
mi mettevate, ed a tresca costringevate le ancelle,
ed ambivate, mentre ero pur vivo, sposar la mia donna,
senza timor né dei Numi, che in cielo han sublime dimora,
né che degli uomini alcuna vendetta potesse colpirvi!
Or su voi tutti incombe la forza dell’ultimo Fato».
Disse: ed invase tutti tremore livido. Solo
prese a parlare Eurimaco, e tali parole gli volse:
«Se tu che giungi, il re sei proprio, se Ulisse tu sei,
tu giustamente gli Achei rampogni di quello che han fatto,
tante nequizie nella tua casa, tante altre nei campi.
Ora, però, spento è l’uomo che fu la cagione di tutto:
spento è Antinoo: ché questi con tanti soprusi ti offese,
non perché amasse e bramasse Penelope avere consorte,
ma vagheggiando ben altro, che il Nume Cronide non volle:
d’essere in Itaca re. delle genti e dei vasti palagi,
di tendere l’insidia, di mettere a morte tuo figlio.