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CANTO XXII 183

Ecco, ed Ulisse l’accorto, dai cenci le membra disciolse,
e «opra l’alta soglia con l’arco balzo, col turcasso
pieno di frecce; e le frecce veloci dinanzi ai suoi piedi
sparse sul suolo; ed ai Proci si volse con tali parole;
«Questo cimento da folli fu pure condotto alla fine:
or vo’ tentare un altro bersaglio, cui niuno finora
volse la mira, se Apollo mi dà la vittoria e l’imbrocco».
Disse; e un’amara saetta vibrò contro Antinoo. Stava
questi levando allora un calice duplice d’ansa,
d’oro, leggiadro, e con ambe le man’ l’appressava alle labbra,
per tracannare il vino, ne in cuor gli passava la morte.
Creder chi mai potrebbe che in mezzo a un convito, fra tanti
uomini, un uomo solo, per quanto gagliardo egli fosse,
cosi la negra Parca recasse, il malanno, e la morte?
Ma la saetta d’Ulisse lo colse per mezzo alla gola,
forò da parte a parte la cuspide il morbido collo.
Piegò su l’un dei fianchi rovescio il ferito, la coppa
giú dalle mani gli cadde, sprizzò dalle nari un gran fiotto
di negro sangue; e in furia coi piedi springando, respinse