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CANTO XXI 175

290di Piritòo nella casa proruppe furente ad eccessi:
onde gli eroi crucciati balzarono su dalla porta,
via lo cacciaron per l’atrio, mietendogli il naso e le orecchie
con lo spietato ferro. Cosí per l’ebbrezza dannosa
egli partí, recando la pena del folle suo cuore.
295E da quel dí fra i Centauri e gli uomini surse la lite,
e con l’ebbrezza sua principio egli fu del malanno.
Anche per te predico cosí gran cordoglio, se l’arco
tender vorrai: non pensare d’avere benevolo alcuno
nel popol nostro: súbito invece su nero naviglio
300ti manderemo a Echèto flagello del genere umano;
e niun di lí potrebbe salvarti. Sta dunque tranquillo,
bevi, non cercar brighe con gente di te piú gagliarda».
     E a lui queste parole Penelope scaltra rispose:
«Antinoo, bello non è, non è giusto coprire d’oltraggi
305chi giunge ospite qui di Telemaco. Pensi tu forse
che se questo straniero potesse il grande arco d’Ulisse
tendere mai, se a tanto valergli potesse la forza,
alla sua casa potrebbe condurmi, ed avermi sua sposa?
Niuno fra voi non voglia crucciare per questo il suo cuore».
     310Ed il figliuolo di Pòlibo, Eurimaco, questo rispose:
«O Penelope, o figlia d’Icario, che tanto sei scaltra,
no, non pensiam, non ci sembra che questi via possa condurti:
bensi la mala voce temiamo d’uomini e donne,
che non ci lanci qualche plebeo questi motti d’oltraggio:
315— Uomini assai da poco d’un prode vagheggian la sposa,
che poi non sono stati capaci di tendere un arco,
e invece uno qui giunto per caso, un pitocco straniero,
súbito lo flette’, scagliò il dardo traverso alle scuri — .
Cosí diranno; e questo per noi sarà biasimo grande».