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CANTO XXI 175

di Piritòo nella casa proruppe furente ad eccessi:
onde gli eroi crucciati balzarono su dalla porta,
via lo cacciaron per l’atrio, mietendogli il naso e le’orecchie
con lo spietato ferro. Cosí per l’ebbrezza dannosa
egli parti, recando la pena del folle suo cuore.
E da quel di fra i Centauri e gli uomini surse la lite,
e con l’ebbrezza sua principio egli fu del malanno.
Anche per te predico Cosí gran cordoglio, se l’arco
tender vorrai: non pensare d’avere benevolo alcuno
nel popol nostro: súbito invece su nero naviglio
ti manderemo a Echèto flagello del genere umano;
e niun di li potrebbe salvarti. Sta dunque tranquillo,
bevi, non cercar brighe con gente di te piú gagliarda».
E a lui queste parole Penelope scaltra rispose:
«Antinoo, bello non è, non è giusto coprire d’oltraggi
chi giunge ospite qui di Telemaco. Pensi tu forse
che se questo straniero potesse il grande arco d’Ulissi
tendere mai, se a tanto valergli potesse la forza,
alla sua casa potrebbe condurmi, ed avermi sua sposa?
Niuno fra voi non voglia crucciare per questo il suo cuore».
Ed il figliuolo di Pòlibo, Eurimaco, questo rispose:
«O Penelope, o figlia d’Icario, che tanto sei scaltra,
no, non pensiam, non ci sembra che questi via possa condurti:
bensi la mala voce temiamo d’uomini e donne,
che non ci lanci qualche plebeo questi motti d’oltraggio:
— Uomini assai da poco d’un prode vagheggian la sposa,
che poi non sono stati capaci di tendere un arco,
e invece uno qui giunto per caso, un pitocco straniero,
súbito lo flette’, scagliò il dardo traverso alle scuri —.
Cosí diranno; e questo per noi sarà biasimo grande».