Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/174


CANTO XXI 173

e se qualcuno udisse frastuono qua dentro o grandi urli,
degli uomini serrati nel nostro recinto, non esca
dall’uscio, ma rimanga dov’è. taccia e intenda al lavoro.
E tu serra, fedele Filezio, le porte dell’atrio,
col chiavistello; e sopra v’attorci secura una fune».
E Cosí detto, di nuovo entrò nella solida casa:
quivi sovr’esso il seggio sedè, donde prima era surto,
e dietro i due famigli entraron d’Ulisse divino.
Avea dato di piglio frattanto Eurimaco all’arco,
e lo scaldava alla vampa del fuoco qua e là; ma neppure
cosi, gli venne fatto di tenderlo; e il solido cuore
forte piangeva; e tutto crucciato, Cosí prese a dire:
«Ahi!, quale ambascia per me, per tutti i compagni m’invade!
E non mi lagno già per le nozze, se ben me ne affliggo:
molte altre donne achive pur vivono in Itaca alpestre
cinta dal mare, ed altre per l’altre città; ma mi lagno
perché tanto da meno noi siamo in vigore d’Ulisse
pari ai Celesti; né siamo capaci di tender quest’arco;
e biasmo tal ne avremo, che i posteri ancor lo sapranno».
E gli rispose Cosí Antinoo figlio d’Eupito:
«No. non andrà cosi. Eurimaco, intendilo bene.
Oggi pel Dio dell’arco nel popolo è festa solenne:
chi mai di tender l’arco curar si vorrebbe? Smettete,
state tranquilli. Le scuri direi di lasciarle qui tutte
dove ora sono; ché muno vorrà, se non erro, introdursi
entro la casa d’Ulisse figliuol di Laerte, e rubarle.
Su via, dunque, il coppiere ricolmi per primo le tazze,
sicché, libando ai Numi, si lasci il pensiero degli archi.
Quindi s’imponga al capraio Melanzio che all’alba dimani
capre qui rechi, quante migliori ne conta il suo gregge.