Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/173

172 ODISSEA

«Ecco, egli e giunto al suo tetto! Sono io! Dopo molli travagli,
dopo venti anni lunghi, son giunto alla terra materna:
e ch’io giungftssi qui, voi soli, fra i miei famigliari
lo bramavate: bene io lo so: ché nessuno degli altri
udii che voti alzasse perché ritornassi alla patria.
E dunque, il vero a voi dirò come deve seguire.
Se un Dio sotto i miei colpi farà che soccombano i Proci,
voglio che tutti e due spose abbiate, che abbiate sostanze,
e case ben costrutte, vicine alle mie: vo’ che siate
d’ora in avanti, di me, di Telemaco amici e fratelli.
E su, che un altro segno ben chiaro vi voglio mostrare,
che ben mi conosciate, che abbiate fiducia nel cuore:
questa ferita che un apro m’inferse col candido dente,
quand’io coi figli insieme d’Autòlico fui sul Parnaso».
Cosí dicendo, i cenci scostò dalla grave sua piaga;
e i due. poi ih’ebber visto, poi ch’ebbero tutto compreso,
piansero, fra le braccia stringendosi Ulisse divino.
E gli faceano feste, baciandogli il capo e le spalle;
ed anche Ulisse a loro baciava le mani ed il capo.
E certo, anche nel pianto sorpresi li avrebbe il tramonto,
se non li avesse Ulisse distolti con queste parole:
«Dai gemiti or, dal pianto cessale, che alcuno per caso
non esca dalla casa, non vegga e non vada a ridirlo.
Entrate, non insieme, bensí prima l’uno, poi l’altro:
io prima, quindi voi. Fra noi resti poi tale intesa.
Tutti di certo, quanti son dentro magnanimi Proci,
non lasceranno che a me si porgano l’arco e il turcasso;
ma tu. fedele Eumèo, traversa la sala, e consegna
nelle mie mani l’arco. Dà l’ordine poscia alle ancelle
die della saia chiudan sbarrate le solide imposte;