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CANTO XXI 171

ed un gran seggio accanto vi poni, e «opra esso dei velli;
e porta un grosso disco di grasso, che in casa ne trovi,
perché, scaldato ed unto di grasso quest’arco, possiamo
fare la prova, e curvarlo, condurre a buon fine il cimento».
Cosí disse. Ed accese Melanzio l’indomito fuoco,
ed un gran seggio accanto vi pose, e sovr’esso le pelli.
Poscia di grasso portò, che in casa ve n era, un gran disco.
E. riscaldato l’arco, tentaron di tenderlo i Proci.
Invano: troppo indietro restavano ad essi le forze.
Solo indugiar la prova Antinoo ed Eurimaco bello,
ch’erano i capi dei Proci, per nascita molto piú insigni.
Fuori uscian dalla casa frattanto, accoppiatisi insieme,
il guardiano dei porci d’Ulisse divino e il bifolco;
e dietro a loro usci Ulisse divino, egli stesso.
E quando furon giunti già fuor della porta, e nell’atrio,
prese a parlare, e mosse Cosí le soavi parole:
«Bifolco, e tu porcaro, vi posso affidare un segreto,
oppur debbo tacere? Il cuore mi dice ch’io parli.
Che aiuto avreste cuore di dare ad Ulisse, se a caso
giungesse all’improvviso, se un Nume fra voi lo guidasse?
Dare man forte a Ulisse vorreste, o soccorrer’i Proci?
Dite quello che il cuore, che I’animo vostro v ispira».
E gli rispose il custode dei bovi con queste parole:
«Deh, Giove padre, se tu questa brama volessi far paga,
deh. se venisse quest’uomo, se un dèmone qui lo addu esse!
Bene sapresti allora qual’è la mia forza, il mio braccio!»
E parimenti Eumèo tutti quanti pregava i Celesti
che ritornare Ulisse lo scaltro potesse al suo tetto.
E quei, com’ebbe a pieno scrutato il pensiero d’entrambi,
prese a parlare, e ad essi con queste parole si volse: