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168 ODISSEA

che consegnasse l’arco ai Proci e le lucide scuri.
Eunièo lo ricevè piangendo, e lo porse; e il bovaro
piangea dall’altro lato, poiché vide l’arco del sire.
E a lor si volse Antinoo, parlò per coprirli d’ingiuri’
«Sciocchi, villani, che non vedete dall’oggi al dima
povera gente, perché versar tante lagrime, e il cuore
turbare alla regina, che l’animo ha già tanto affitto
per altra cura, perché perduto ha il diletto consorte?
Statevene a mangiare li zitti; e se pianger volete,
uscite a pianger fuori dell’uscio, e lasciate qui l’arco,
onde sarà dei Proci la gara incruenta: ch’io penso
che tendere quest’arco non sia troppo agevole impresi’:
perché fra tutti questi non c’è verun uomo che valga
quanto valeva Ulisse: ché io con questi occhi l’ho visto,
e ben me lo rammento, sebbene ero ancora fanciullo».
Cosí disse; ma il cuore nel sen gli nutria la speranza
ch’ei tenderebbe il nervo, che l’asce fuor fuor passerebbe:
e invece egli doveva gustarne per primo le frecce,
lanciate dalle mani d’Ulisse ch’egli ora offendeva,
standogli in casa, e inoltre spingeva alle ingiurie i compagni.
E a lui Cosí parlò Telemaco mente divina:
«Ahimè, davvero Giove Cronide m’ ha reso demente!
La madre mia diletta mi dice, sebbene assennata,
ch’ella con altri andrà, che abbandonerà questa casa,
e intanto io me la rido, mi balocco al par d’uno stolto.
Ora, Proci, su via. poiché tale premio è proposto,
tale una donna quale per tutta la terra d’Acaia
né in Pilo sacra c’è l’eguale, né in Argo o in Micene,
e voi ben lo sapete: che devo lodare mia madre? —
ora fine ai pretesti si ponga, ed a tendere l’arco