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CANTO XXI 167

respinti dalla chiave, dischiuso fu súbito l’uscio.
E sopra l’alto palco la donna balzò. Quivi Parche
stavano, e dietro quelle riposte le vesti fragranti.
Quindi l’arco staccò, levata sui pie’, dal piòlo,
con la vagina lucente che tutto fasciavaio attorno;
e poi, balzata giú, posatolo sulle ginocchia,
dalla vagina l’arco traendo, in gran pianto proruppe.
Quando fu sazia poi del gemito lungo del pianto,
mosse di li. s’avviò per la sala, fra’ ’ i Proci superbi,
l’arco reggendo in mano dai capi ricuivi, e il turcasso
ov’eran chiuse molte saette foriere di pianto;
e secolei le ancelle recavano un cesto, ove ferro
era di molto e bronzo, già premi ai certami d’Ulisse.
Dunque, come la donna divina fu giunta fra i Proci,
stie’ della salda sala vicino alle imposte, diiitta,
teso dinanzi alle gonne tenendo il suo fulgido velo.
E la parola ai Proci rivolse, Cosí prese a dire:
«Datemi ascolto, o Proci superbi, che in questa mia casa
soliti siete adunarvi per bere e mangiar tutto il giorno,
poiché da lungo tempo Ulisse mio sposo è lontano,
né sapevate • tra mèta trovare dei vostri discorsi,
che di volermi sposare, di rendermi vostra consorte.
Presto, su via, pretendenti, sentite che gara io propongo.
Io vi consegno questo grande arco d’Ulisse divino;
e chi piú facilmente fra voi saprà stenderne il nervo,
e con la freccia saprà traversare dodici scuri,
io quello seguirò, lascerò questa casa ove sposa,
ove fui madre, bella, ricolma d’ogni dovizia,
tuie che pur nei sogni dovrò sempre averne il ricordo».
Cosí disse. E ad Eumèo die’ l’ordine, al fido porcaro.