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166 ODISSEA

Ambasciatore perciò venne Ulisse con lungo viaggio:
che ^lui quasi fanciullo mandarono il padre e gli anziani;
Ifito poi, (avalle cercava: che gli erano morte
dodici femmine, e davan la poppa a muletti robusti;
e a lui furono poscia cagione di lutti funesti:
ch’egli alla casa giunse del figlio di Giove gagliardo,
d’Èrcole, eroe mortale, maestro di gesta gagliarde,
che inflisse a lui la morte, sebbene ospitato l’avesse:
ché sciagurato, riguardo non ebbe al castigo celeste,
non alla mensa, che pure gli aveva apprestata; e l’uccise,
ed i cavalli si tenne dal fulvido zoccolo in casa.
Dunque, egli allor s’incontro con Ulisse, ed un arco gli diede
che prima Eurito grande soleva portare; ed al figlio
poi lo lasciò, quando morte Io colse nell’alta sua casa.
E a lui diede una spada Ulisse, e una solida lancia,
germi di cure ospitali. Però non conobbe la mensa
l’uno dell’altro: ché prima di Giove il rampollo uccideva
Ifito, figlio d’Eurito, che un Nume sembrava all’aspetto,
che l’arco aveva a lui donato. Né Ulisse divino,
quando alla guerra mosse di Troia sui neri navigli,
lo portò seco; ma in casa dell’ospite amico rimasto
era il ricordo: in patria solca sempre seco portarlo.
Or, come dunque la donna divina fu al talamo giunta,
e superò la soglia di quercia che il fabbro dal legno
piallata un giorno aveva, tirandola a filo di squadra,
e avea sopra le imposte costrutte e la lucida porta,
rapidamente qui da l’anello sfilò la coreggia,
spinse nel foro la chiave, respinse indietro i paletti,
premendo avanti; e quelli mandarono un mugghio di toro
che sovra il prato pasca. Tal mugghio suonò dai paletti