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CANTO XXI 165

Pallade Atena intanto, la Diva ch’à glauche le ciglia,
mise a Penelope in cuore, d’Icario alla scaltra figliuola,
che proponesse ai Proci la prova dell’arco e dell asce,
perché la gara fosse, che desse principio alla strage
entro la casa d’Ulisse. Sali per I’eccelsa scalea
alle sue stanze, strinse la valida man sulla chiave
bella, arcuata, di bronzo, con l’elsa di lucido avorio.
Poscia, entro un’ultima stanza remota passò con le ancelle,
dove i tesori tutti giacevan riposti d’Ulisse,
l’oro ed il bronzo, e i molti lavori foggiati nel ferro.
Ed era quivi l’arco ricurvo, era qui la faretra
dei dardi, e molte v’eran saette foiiere di lagni:
doni che a Sparta, un di che Ulisse con lui vi convenne,
gli offri l’ospite Ifito, figliuolo d’Eurito divino.
S’erano insieme i due trovati in Messene. Ed entrambi
ospiti eran d’un uomo sagace, d’Orsiloco. Ulisse
v’ era per un compenso che a lui tutto il popol doveva:
poi che rapiti i Messeni avevano d’Itaca i greggi
sopra le grandi navi: trecento con tutti 1 pastori.