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CANTO XX 161

«O sciagurati, che male vi coglie? Di tenebre avvolti
i vostri capi sono, le facce, giú. sino ai ginocchi,
ardono i vostri lagni, di pianto le guance son molli’
son le pareti infuse di sangue, ed i vaghi tramezzi,
pieno di spettri è l’atrio, di spettri la corte ribocca,
verso la tenebra erranti, nel regno dell’Èrebo: il sole
s’è dileguato, in cielo diffusa e caligine tetra».
Cosí disse. Ma tutti proruppero in risa gioconde.
Ed il figliuolo di Pòlibo, Eurimaco, prese a parlare:
«È pazzo il forestiere testé giunto qui, chi sa d’onde.
Accompagnatelo presto, ragazzi, via. fuori dall’uscio,
che se ne vada in piazza, giacché qui gli par che sia notte 1».
E gli rispose cosí Teoclimeno. mente divina:
«Eurimaco, io non ti prego che guida tu debba offerirmi,
perché posseggo gli occhi le orecchie ed entrambi 1 miei piedi,
e nella mente ho un cervello ben saldo, per nulla sconnesso.
Mi basteranno a uscire dall’uscio: ch’io scorgo un malanno
che sopra voi s’avanza: né alcun sfuggirlo e scampare
potrà dei Proci, che per la casa d’Ulisse divino
fate agli ospiti oltraggio, compiete ogni azione ribalda».
Cosí dicendo, usci dalla solida casa d’Ulisse,
ed a Pireo si recò, che liete accoglienze gli fece.
E l’uno all’altro ammiccando, di scherni coprivano i Proci
per provocare a sdegno Telemaco, gli ospiti suoi;
e gli diceva taluno di quegli arroganti signori:
«Niuno avrà ospiti grami, Telemaco, al pari dei tuoi.
Un vagabondo è questo, che va pitoccando alla strada,
che pane e vino va cercando, che nulla sa fare,
voglia di lavorare non ha, vano peso alla terra:
quell’altro or ora uscito, s’è inesso a parlar da profeta.
Omoro, Il - I I