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CANTO XX 157

Sappiano Giove, ch’e primo (ra i Numi, e la mensa ospitale,
e il focolare, a cui son giunto, del nobile Ulisse,
che Ulisse giungerà mentre ancor qui sarai: di sicuro
potrai con gli occhi tuoi vederlo, se pur tu n’ hai brama,
che i Proci ammazzerà, che adoprano qui da padroni».
E il mandriano dei bovi con queste parole rispose:
«Deh, straniero, le tue parole compiesse il Cronide!
Bene vedresti allora qual sia la mia forza, il mio braccio!».
E allora anch’egli Eumèo rivolse la prece ai Celesti
lutti, che il saggio Ulisse tornare pt.tesse alla reggia.
Cosí dunque costoro parole volgevano; e i Proci
apparecchiando andavan frattanto la sorte fatale
contro Telemaco. Ed ecco spuntare a sinistra un augello
alto volante, un’aquila; ed una colomba ghermire
trepida; e Anfinomo allora parlò, disse queste parole
«Amici, a buon evento non può riuscir questa trama:
Telemaco non morrà. Ma ora si pensi al banchetto».
Questo Anfinomo disse; né ad essi dispiacque il consiglio.
Mossero; ed alla casa venuti d’Ulisse divino,
deposero i mantelli sovressi i sedili ed i troni.
Quindi le grosse capre sgozzaron. le pecore pingui,
i ben pasciuti porci, con una giovenca di mandria.
Poscia, arrostite l’entragne, si fecer le parti, ed il vino
fu nei crateri infuso. Recava le tazze il porcaro,
distribuiva i cibi Filezio, capoccia di genti,
entro canestri belli, mesceva il capraio Melanzio.
E sopra i cibi pronti gettarono tutti le mani.
E in sé volgendo accorti pensieri, Telemaco fece
sedere Ulisse sopra la salda marmorea soglia,
e presso un rozzo scanno gli pose ed un piccolo desco,