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156 ODISSEA


156 ODISSEA
fortuna: poi che adesso t’opprimono molle sciagure.
Giove padre, nessuno fra i Numi è di te pili funesto!
Degli uomini pietà non senti, ch’ài pur generati,
quando nei, mali avvolti li vedi, nei crucci funesti.
Come t’ho visto, sudore m’è corso pel corpo, e di pianto
mi si son colmi gli occhi, pensando ad Ulisse, che anch’egli,
mi credo, andrà ramingo pel mondo con simili cenci,
se pure ancora è in vita, se vede la luce del sole.
Se poi morto è di già, se sceso è alla casa d’Averno,
ahimè I, misero Ulisse, signor senza terra, che in questo
popol di Cefalleni. quando era ancor bimbo, mi pose
custode ai bovi, ch’ora non hanno piú numero, e a niuno
può maggior messe di bovi fiorir dalle larghe cervici.
Ma forestieri audaci m’impongon che ad essi li serbi,
per divorarli; e punto non curano il figlio ch’è in casa,
né la vendetta dei Numi paventano: tanta è la brama
di divorare i beni del re che lontano si trova.
Ed il mio cuore a me nell’animo volge e rivolge
tali pensieri. Male saria, mentre il figlio ancor vive,
ch’io me ne andassi insieme coi bovi tra genti straniere,
presso ad un’altra tribú. Ma peggio è che qui rimanendo
a custodire i buoi d’altra gente mi debba crucciare.
E già sarei da un pezzo fuggito, da un allro sovrano
già mi sarei recato, ché reggere qui piú non posso;
ma sempre a quel meschino rivolta ho la mente, rhe un giorno
donde non so, pur torni, pir fare sterminio dei Proci».
E gli rispose Ulisse Io scaltro con queste parole:
’ O mandriano, giacché né malvagio né stolto mi sembri,
e bene intendo anche io che senno t’ispira la mente,
voglio una cosa dirti, con giuio solenne affermarla: