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CANTO XX 155

che. macchinando imprese nefande, mi sragliano questi,
in casa d’altri, senza pur briciolo aver di pudore!»
Queste parole i due scambiavano l’uno con l’altro.
E giunse presso ad essi Melanzio, pastore di capre,
che conduceva le capre piú belle di tutta la gregge,
per banchettarne i Proci. Veniano con lui due pastori.
Dunque costui le bestie legò sotto il portico; e a Ulisse
queste parole poi rivolse, per mordergli il cuore:
«In questa casa vuoi rimanere anche adesso, straniero,
a fastidir la gente? Perché non infili la porta?
Ma già, secondo me, liberarci di te non potremo
senza un assaggio di bòtte; ché tu senza punto riguardo
vai pitoccando. Anche altrove ci sono banchetti d’Achivi».
Cosí disse; ed Ulisse nessuna risposta gli diede;
ma senza motto il capo crollò, meditando il suo danno.
E dopo loro, giunse per terzo Filezio il capoccia,
ai Proci pingui capre recando e una sterile manza.
Nocchieri trasportate le aveano, che sopra le barche
trasportano anche genti, ché chiedono ad esse il passaggio.
Dunque costui le bestie legò sotto il portico, presso
si fece a Eumèo porcaro, gli volse Cosí la parola:
«Chi è, porcaro, questo straniero da poco qui giunto,
dentro la casa nostra? Qual’è la sua gente, lo sai?
Qual’è la sua famiglia? Qual’è la sua terra natale?
D’aspetto, poverino, somiglia davvero a un sovrano;
ma di sciagure i Numi opprimon chi vaga ramingo,
| quando essi hanno tramato, sia pur contro un re, la rovina».
Disse. E, venutogli presso, gli fe’con la mano un saluto;
e a lui parlando, queste veloci parole rivolse:
«Ospite padre, salute! T’arrida nei giorni venturi