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CANTO XX 153

Solo una non dormiva, pili stanca delle altre e piú tarda:
essa la mola fermò, disse queste parole augurali:
«Deh I. Giove padre, che imperi sugli uomini tutti e’sui Numi,
qual mai profondo tuono scagliasti dal cielo stellato,
né v’è pure una nube! Di certo un prodigio tu annunzi!
Esaudisci, per quanto meschina io mi sia. la mia prece:
1‘ ultimo l’ultimo giorno sia questo che i Proci arroganti
dentro alle mura d’Ulisse si godano il lauto banchetto:
che le ginocchia mi fanno fiaccar pel continuo travaglio
di preparare il pane: bancheltin per l’ultima volta!».
Cosí disse, ed Ulisse gioi dell’augurio e del tuono;
e concepí speranza che avrebbe puniti quegli empi.
Entro la casa bella d’Ulisse, frattanto raccolte,
sul focolare l’altre fantesche accendevan le fiamme,
quando balzò dal ietto Telemaco simile a un Nume,
cinse le vesti, sospese all’omero destro la spada,
strinse i calzari belli ai morbidi piedi, la salda
lancia impugnò che aveva la punta di bronzo affilato,
mosse alla soglia, stie’, questi detti rivolse a Euriclèa:
» Come avete onorato, nonnina mia, lo straniero?
Con letto e cibo? Oppure se ne sta cosi, senza cure?
Ché suole far cosi, sebbene assennata, mia madre:
non ha criterio: un uomo da nulla lo colma d’onori,
inonorato un altro di molto migliore rimanda».
E gli rispose Euriclèa. l’accorta con queste parole:
«Rimproverarla davvero non puoi, ch’ella immune è da colpa.
A ber vino sedè lo straniero sinché n’ebbe voglia,
né cibo gli mancò: se n’ebbe quanto egli ne chiese.
E quando brama poi del giaciglio e del sonno gli venne,
essa alle ancelle ordinò di stendere il letto e le coltri;