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152 ODISSEA

Cosi, deh!, mi colpisca Artemide, e scendere io possa
sotto la terra odiosa, pur ch’io rivedere il mio sposo
possa, e non esser la gioia d’un uomo da meno di lui!
Ché la.sciagura anch’essa patire si può, se taluno
durante il giorno effonde nel pianto le pene del cuore,
e poi la notte dorme; ché allora dimentica tutto,
e le fortune e i guai, com’abbia serrate le ciglia.
Ma invece un triste sogno a me sempre un dèmone invia;
e questa notte stessa vicino mi stette il mio sposo,
tale qual’era quando parti per la guerra; <d il cuore
mi sobbalzò di gioia: ché vero pareva e non sogno».
Cosí disse; e sorgeva l’Aurora dall’aureo trono.
E Ulisse prode udí la voce di lei che piangeva;
e restò allor nel dubbio sospeso, temè che la donna
riconosciuto lo avesse, dovesse venirgli vicino.
E le coperte su cui giaceva, raccolte, ed i velli,
sul trono, entro la sala, li pose; e la pelle di bove
fuor de la porta recò, levando a pregare le mani:
«Deh!, Giove padre, se tu di buon grado per terra e per mare
mi conducesti, poiché tanto ebbi sofferto, alla patria,
or della gente che dentro si desta fa’tu che mi giunga
qualche propizio augurio, qualche altro presagio dal cielo».
Cosí disse pregando; né Giove fu sordo alla prece;
e subito tuonò dalle fulgide vette d’Olimpo,
alto su da le nuvole; e lieto fu Ulisse divino.
Ed una donna che il g/ano molla dalla casa vicina,
dov’erano le moli d’Ulisse, mandava un augurio.
Dodici donne sempre quivi erano intente al lavoro,
che macinavan frumento, midollo degli uomini, o farro.
Tutte dormivano l’altre, che avevan compiuto il lavoro.