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150 ODISSEA

150 ODISSEA
i miei compagni prodi. Tu allor tollerasti, ed infine
dall antro ove pensavi morire, ti trasse il mio senno —.
Cosí disse, a rampogna del cuor che gli ondava nel seno.
E obbediente in tutto gli fu. paziente il suo cuore,
senza dar crollo. Pure, egli s’andava qua là voltolando.
Come talvolta un uomo sovresso un gran fuoco che arde
va voltolando un ventricolo pieno di sangue e di grasso,
di qua, di là perché si possa piú presto arrostire:
Ulisse parimenti qua e là si girava, pensando
come gittar le mani potesse sui Proci sfrontati,
ch’erano molti, ed ei solo. E Atena, discesa dal cielo,
presso gli giunse; e aveva sembianza di donna mortale.
E stando a lui sul capo, parlò queste ratte parole:
«Perché stai Cosí desto, tapino fra tutti i mortali?
Pur la tua casa è questa, pur qui la tua sposa soggiorna,
e un figlio quale ognuno vorrebbe che fosse suo figlio! ’
E le rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
’ O Diva, lutto quello che dici, risponde a giustizia:
ma questo punto andava nel seno volgendo il mio cuore,
come potrò sui Proci sfrontati gittare le mani,
ch’io sono solo, ed essi qui dentro son sempre una frotta.
E un altro punto ancora piú grave mi preme la mente:
®e mercè tua, mercè di Giove, ad ucciderli io valgo,
dove potrò fuggire! Vorrei che lu ciò mi dicessi».
E gli rispose Atena, la Diva da gli occhi azzurrini:
«In un compagno di me piú gramo altri avrebbe pur fede,
che pur mortale fosse, che quello ch’io so non sapesse:
stolto, ch’io sono Dea: ché a difenderti sempre provvedo
in tutti i tuoi travagli. Questo ora ben chiaro ti dico:
pur se cinquanta schiere ci avessero chiusi nel mezzo