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CANTO XX 149

Dunque, il divino Ulisse nell’atrio apprestava un giaciglio.
Stese una pelle a terra di bove non concio, e di sopra
velli di pecore molte, che i Proci solevano immolare;
e una coperta su lui che giaceva, Eurinome stese.
E quivi dunque Ulisse, pensando al malanno dei Proci,
desto giaceva. Intanto uscian dalle stanze le donne,
che da gran tempo già solevano unirsi coi Proci
I’una coll’altra scambiando risate e giocose parole.
Ed a tumulto il cuore batteva nel seno d’Ulisse,
e piú disegni andava nel cuor, nella mente volgendo:
o se dovesse scagliarsi su loro, ed ucciderle tutte,
o se d’amor lasciasse che un’ultima volta commiste
fosser coi Proci arroganti. Ma in seno il suo cuore latrava
come una cagna che accorre dei teneri cuccioli a schermo,
contro ad un uomo ignoto: che latra, ed è pronta alla lotta.
In seno il cuor Cosí gli latrava per quelle sozzure;
e il petto ei si batteva, Cosí gli volgeva rampogna;
— Tollera, cuore mio! Patisti un tormento piú cane
quel di che Polifemo, l’orribile mostro, sbranava