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12 ODISSEA

tutti quegli uomini industri vincea nella gara dei corso,
perché privo mandarmi di tutta la preda di Troia
ei mi voleva, per cui sofferti ebbi tanti travagli,
volgendomi tra zuffe di genti e furore di flutti:
tutto perché piaciuto non m’era servire a suo padre,
sotto le mura di Troia; ma io comandavo altre genti.
Dunque, mentre egli tornava dai campi, gli tesi un agguato
con un compagno, e lo uccisi con una zagaglia di bronzo.
Notte oscurissima il cielo copriva; né alcuno ci vide
di quelle genti: occulto rimasi, quando io l’ebbi ucciso.
E poscia, come l’ebbi trafitto col bronzo affilato,
súbito i passi a una nave diressi, e agli esperti Fenici
volsi preghiera, e ad essi lasciai quanta preda bastasse,
che m’accogliesser fuggiasco nel legno, e recassero a Pilo,
o in Elide divina, dove hanno dominio gli Epèi.
Però di qui lontani li tenne la forza del vento,
contro ogni loro voglia, ché far non mi vollero inganno.
Di li, poi, dopo lungo vagar, qui giungemmo di notte.
In fretta quivi al porto spingemmo coi remi la nave,
né alcun pensò, per quanto ne avessero brama, alla cena:
anzi, sbarcati li, ci ponemmo a sedere digiuni.
Quivi discese su me stanchissimo, un sonno soave;
ed essi, i beni miei levati dal concavo legno,
li poser presso me, dove io sopra il lido giacevo:
ed essi, asceso il legno, salpar verso Sidone bella,
ed io rimasi qui, col cuore ferito dal cruccio».
Cosí disse; e, ridendo, la Diva dagli occhi azzurrini,
a carezzarlo stese la mano. E sembianza di donna
aveva, grande, bella, maestra d’ogni arte gentile;
e a lui parlando, il volo rivolse di queste parole: