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144 ODISSEA

Infatti, sono due le porle dei labili sogni:
sono di corno le imposte nell’una, nell’altra, d’avorio;
e i sogni che traverso ci giungo» le lastre d’avorio,
sono ingannevoli, e i detti che recan non giungono al fine;
ma quelli che traversan la porta di lucido corno,
all uomo che li scorge prenunzian veridici eventi.
Ma che di qui sia giunto non spero il terribile sogno:
bello sarebbe troppo per me, pel diletto mio figlio I
£ un’altra cosa ancora li dico; e tu figgila in mente:
troppo odiosa per me quell’alba saia che mi spinga
lungi dal tetto d’Ulisse. Perciò vo’proporre una garale scuri ch’egli in casa soleva una volta disporre
come puntelli di nave in fila: son dodici in tutto;
e tutte traversarle da lungi solea con uu dardo.
Questo cimento ai Proci vo’adesso proporre; e qual d’essi
piú facilmente di tutti riesca a tendere l’arco,
e con la freccia saprà traversare le dodici scuri,
quello potrei seguire, lasciando il legittimo tetto
del mio consorte, bello qual’è, d’ogni bene ricolmo,
di cui sempre dovrò ricordarmi, persino nei sogni».
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«O vereconda sposa d’Ulisse figliuol di Laerte,
piú a lungo in casa tua differir non li piaccia la gara:
ché prima tu vedrai qui giungere Ulisse sagace,
prima che questi provando le mani su l’arco lucente,
tendan la corda, e avventili la freccia traverso le scuri».
E gli rispose la scaltra Penelope queste parole:
«Se quivi, a dilettarmi restar tu volessi, o straniero,
piú non potrebbe a me su le ciglia discendere il sonno.
Ma possibil non è che insonni rimangano sempre