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CANTO XIX 143

CANTO XIX 143
ma giunto adesso agli anni che il giovine senno matura,
d’abbandonare invece mi prega la casa d’Ulisse,
ché del suo ben si cruccia, che van divorando gli’Achivi.
Ed ora andiamo, ascolto tu porgimi, e spiegami un sogno.
In casa mia, venti oche, dall’acque del truogolo i chicchi
soglion beccare del grano, ed io mi compiaccio a guardarle.
Ora ecco, giú dal monte un’aquila grande piombava
su quelle, e le uccideva, col rostro ricurvo alla gola.
Poi nella corte a mucchi giacevano quelle; e per l’aria
l’aquila surse a volo. Piangevo io nel sogno, ululavo;
e s’adunarono a noi d’intorno le Achive chiomate,
mentre io dirottamente piangevo per l’oche sgozzate.
E l’aquila, tornata di nuovo, su un trave sporgente
stette, e con voce umana voleva calmarmi; e diceva:
— D’Icaro, dell’eroe famoso figliuola, fa’cuore:
sogno non è, verità questa è, che avere esito deve.
Erano l’oche i Proci testé: la grande aquila ero io;
e adesso invece sono Ulisse, il tuo sposo che giunge.
che a tutti questi Proci preparo un destino d’obbrobrio —.
Cosí disse. Ed allora fui sciolta dal sonno soave;
e, nel cortile di casa guardando, rividi ancor I’oche,
che ancora, ov’eran prima, beccavan dal truogolo il grano».
E le rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«In nessun modo, o donna, possibil non è di tal sogno
volgere altrove il senso, se Ulisse medesimo ha detto
com’ei lo compierà. Sui Proci sovrasta la morte:
su tutti; e niun potrà sfuggire il ferale destino».
E gli rispose la scaltra Penelope queste parole:
«Sono difficili a intendere i sogni, son privi di senso,
ospite; e ciò che v’appare non tutto si compie ai mortali.