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142 ODISSEA

Bene osservare io stesso saprò, riconoscerle io stesso.
Ma piú non dir parole, rimetti la cosa ai Celesti».
Cosí disse; e la vecchia si mosse traverso la stanza,
a prendere acqua ancora: ché s’era versata la prima.
E quando l’ebbe poi lavato, spalmato con l’olio,
Ulisse accanto al fuoco di nuovo portò lo sgabello,
per riscaldarsi; e sotio i cenci copri la ferita.
E a lui queste parole rivolse Penelope scaltra:
«Solo un istante ancora ti vo’ trattenere, straniero:
ché presto giunta l’ora sarà del soave riposo
per chi, seppure afflitto, può cogliere il sonno soave.
Ma senza fine è l’ambascia che il dèmone a me compartiva.
Ché il giorno pur. sebbene tra pianti e querele, mi svago,
badando ai miei lavori, badando alla casa e alle ancelle;
ma quando cala poi la notte, e riposano tutti,
giaccio nel letto insonne: ché fitti ed acuti i pensieri
d’intorno al gonfio cuore mi struggono e sforzano ul pianto.
Come allorché la figlia di Pàndato, I’usignoletta
pallida, appena brillò Primavera, soave gorgheggia,
posata sopra il folto fogliame degli alberi, e versa
la voce, che soave s’effonde con fitte volute,
itilo, il suo figliuolo diletto piangendo, il figliuolo
del re Zeto, che un di, per errore, ella uccise di ferro:
cosi l’animo mio qua e là va ondeggiando fra due:
o ch’io presso mio figlio rimanga, ed i beni tuteli,
il lutto rispettando di Uiisse, e la pubblica fama;
o ch’io scelga oramai fra gli Achei che mi bramano sposa
quello che gli altri avanzi, che m’offra piú copia di doni.
Il figlio mio, sinché fu pargolo e senza pensieri,
non consenti ch’io sposassi, lasciassi la casa del padre;