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CANTO XIX 141

Gioia ed ambascia insieme le strinsero l’animo: gli occhi
le si gonfiaron di pianto, la voce rimase strozzata;
e carezzando il mento d’Ulisse, Cosí gli diceva:
«Dunque, sei proprio Ulisse I Né io, figlio mio, riconobbi
il mio signore, avanti che il piè non gli avessi palpato!».
E, Cosí detto, verso Penelope gli occhi rivolse,
che dello sposo dirle volea, ch’era qui, nella stanza.
Ma quella né badarle potè, né pur volger lo sguardo:
tanto il pensiero Atena le aveva offuscato. Ed Ulisse,
súbito la ghermí con la destra, la strinse alla gola,
e con la manca a sé presso traendola, questo le disse:
«Perché dunque, nutrice, mi vuoi rovinare? Tu stessa
m’hai sul tuo seno cresciuto! Adesso, trascorsi venti anni,
dopo tanti travagli, son giunto alla terra materna,
e poi che conosciuto m’hai tu, che svelato m’ ha un Nume
taci, che nessun altro lo venga a saper nella casa.
Perché questo io ti dico che certo avverrà. Se tu parli,
e a me conceda un Dio ch’io stermini i Proci superbi,
non ti risparmierò, sebbene tu sii mia nutrice,
allor che ucciderò tutte quante le ancelle di casa».
E gli rispose queste parole la scaltra Euriclèa:
«Qual detto, figlio mio, t’uscí dalla chiostra dei denti?
Tu sai qual forza ho in seno, ch’è salda, che mai non si flette
Come la dura pietra resister saprò, come il ferro.
E un’altra cosa ancora ti dico, e tu figgila in mente.
Se col tuo braccio un dio fiaccherà l’arroganza dei Proci.
allora io ti dirò tutte quante le ancelle di casa,
quelle che oltraggio ti recano, e quelle che son senza colpa»
E a lei Cosí rispose l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Nutrice, e perché mai tu dici cosi? Non lo devi.