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140 ODISSEA

né lo poteva il sole colpire coi raggi fulgenti,
né penetrar sino al fondo la pioggia: si fitto il frascame
v’era; e faceano dentro le foglie cadute gran mucchi.
Ecco, e alla fiera giunse dei cani e degli uomini il grido,
che già spingeano i piedi li presso. Balzò dal covile,
fuoco dagli occhi lanciando, rizzando le setole tutte,
e contro loro stette. Si lanciò primissimo Ulisse,
nella gagliarda mano stringendo la lunga zagaglia,
cercando ove ferirlo. Però lo prevenne il cinghiale,
e lo feri nel ginocchio, strappandogli via molta carne,
con un obbliquo morso; ma non potè giungergli l’osso.
Ulisse lo colpi, gli trafisse la spalla sinistra:
usci della fulgente zagaglia fuor fuori la punta;
e al suol con un grugnito piombò giú, perdendo la vita.
D’attorno, per curarlo, gli furono Autòlico e i figli,
e la ferita d’Ulisse, l’eroe senza macchia, divino,
bendarono abilmente, stagnar con un magico carme
il negro sangue; e poi tornarono ai tetti del padre.
E quivi allora Autòlico e i figli d’Autòlico, quando
l’ebbero ben sanato, ricolmo di fulgidi doni,
lo rimandarono tutto contento alla terra natale
d’Itaca. E il padre quivi, la sua venerabile madre,
lieti del suo ritorno, gli chiesero punto per punto
della ferita, e quanto sofferto ne avesse. Ed ei tutto
narrò: che lo trafisse col bianco suo dente un cinghiale
mentre movea sul Parnaso coi figli d’Autòlico a caccia. —
Dunque la vecchia, prone tendendo le mani a lavarlo,
al tocco la ferita conobbe. Cader lasciò il piede;
e nella conca la gamba piombò: diede il rame un rimbombo,
si reclinò da una banda, ai suol cadde l’acqua rovescia.