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CANTO XIX 139

ch’e sul Parnaso, dove io posseggo i miei beni, opulenta,
tanti glie ne darò, ch’ei debba partirsi contento».
E dunque, Ulisse andò, per avere quei fulgidi dolii.
E Autòlico, ed i figli d’Autòlico, lui con abbracci
e con parole accolser soavi, di miele. E la madre’
della sua madre, Anfitèa, stringendo Ulisse al suo petto,
sopra la fronte un bacio gl’impresse, sugli occhi fulgenti.
Ai suoi nobili figli die’l’ordine Autòlico poscia
che preparassero il pranzo; né tardi fur quelli al comando.
Súbito avanti un bove condusser che aveva cinque anni,
l’accudir, lo scoiarono, in quarti lo fecero e in pezzi,
ed abilmente i pezzi infissero dentro gli spiedi,
li fecero arrostire, con cura diviser le parti.
Cosí tutto quel giorno, finché giunse il sole al tramonto,
stettero a desco: ché cibo ci fu per la brama d’ognuno.
Come, sparito il sole, si steser le tenebre in cielo,
andarono a giacere, fruirono i doni del sonno.
Come l’Aurora spuntò mattiniera, ch’à dita di rose,
sursero. ed alla caccia si volsero i cani, e gli stessi
figli d’Autòlico; ed era con loro anche Ulisse divino.
E del Parnaso al monte scosceso, vestito di selve,
giunsero; e penetraron gli anfratti battuti dal vento.
Il sole giusto allora lanciava i suoi raggi sui campi,
surto d’Oceano appena dai placidi gorghi profondi;
ed ecco, in un burrone la caccia pervenne. Dinanzi
ivano i cani, l’orme cercando. D’Autòlico i figli
dietro seguiano, e Ulisse divino moveva con loro,
súbito accosto ai cani, stringendo la lunga zagaglia.
Or qui stava un immane cinghiale in un denso macchione,
cui né d’umidi venti potea traversare la furia,