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138 ODISSEA

quanto di forme tu gli somigli, di voce, di piedi».
E le rispose Ulisse, l’eroe dall’accorto pensiero:
«Vecchia, dicon Cosí tutti quelli che ci hanno veduti,
Ulisse e me: che siamo l’immagine l’uno dell’altro,
come tu stessa adesso, che bene m’osservi, mi dici».
Cosí disse. Portò la vecchia una conca lucente,
dove soleva i piedi lavare; e molta acqua v’infuse,
gelida, ed altra calda ne aggiunse. Ed Ulisse, frattanto,
lungi dal focolare sede’, verso l’ombra si volse:
ché súbito teme’ che quella vedere potesse
la cicatrice, e tutto venisse scoperto. La vecchia
fattasi presso, a lavare si diede il signore. E conobbe
súbito la ferita, che un verro una volta gl’inferse
col bianco dente, quaudo movea con Autòlico e i figli
verso il Parnaso. Padre questi era d’Anticla sua madre,
per lo spergiuro e il furto famoso fra gli uomini tutti:
doni d’Ermète entrambi: ché grati d’agnelli e capretti
lombi l’eroe gli bruciava: benigno perciò gli era il Nume.
Ora, una volta al pingue suol d’Itaca Autòlico giunse,
e della figlia il figlio trovò, che da poco era nato.
Sulle ginocchia allora la fida Euriclèa glie lo pose,
appena ebbe l’eroe compiuto il suo pasto, e gli disse:
«Autòlico, ora il nome tu trova che porre vorresti
al caro figlio della tua figlia: ché molto tu l’ami».
E le rispose queste parole Autòlico, e disse:
«Genero mio. figlia mia. ponetegli il nome ch’io dico:
poi ch’io son giunto qui crucciato dall’odio di molti,
uomini e donne, sovressa la terra ferace di genti,
d’Ulisse il nome a lui sia posto. E quand’egli raggiunga
l’adolescenza, e voglia venire alla casa materna