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CANTO XIX 137

alla mia casa, nessuno (u mai piú assennato, piú caro:
tanto assennato e giusto mi par tutto quello che dici.
C’è nella casa una vecchia di sano giudizio, ed accorta,
che crebbe ed allevò quel misero: ché tra le braccia
súbito l’ebbe, dacché la madre lo diede alla luce.1
Essa ti laverà, per quanto sia debole, i piedi.
Dunque, Euriclèa fedele, tu àlzati súbito, e lava
l’ospite: esso ha l’età del tuo signore: ché Ulisse
simili a questo avrà piedi e mani pur egli: ché presto,
se la sciagura li opprime, divengono vecchi i mortali».
Cosí diceva. Il volto la vecchia celò tra le palme,
e pronunciò queste tristi parole fra lagrime ardenti:
«Povera me. figlio mio sventurato! ché piú d’ogni altro uomo
in odio l’ebbe Giove, sebbene il suo cuore era pio.
Ché al Dio che vibra in cielo le folgori, niun dei mortali
mai tante pingui cosce bruciò, né prescelte ecatombe,
quante ne offrivi tu, pregando che giunger potessi
sano a vecchiaia, e nutrire, sin che fosse illustre, tuo figlio.
Egli a te solo invece, contese che in patria tornassi!
Forse anche a lui Cosí scagliarono scherni le ancelle
di stranieri lontani, quando egli ai Ior tetti giungeva,
come ora queste cagne si sono di te fatte beffe,
tutte, sicché, per sfuggire gli affronti e le molte insolenze,
non vuoi che i pie’ ti lavino; e a me l’incombenza ne diede,
e ne son lieta, l’accorta Penèlope, d’Icaro figlia.
Dunque, io ti laverò, per amor di Penèlope, e insieme
per amor tuo: ché il cuore mi sento balzare nel seno
per le sciagure tue. Tu. poi. ciò ch’io dico comprendi.
Molti giunsero qui fra noi sventurati stranieri,
ma mimo ti dirò, vidi mai tanto simile a Ulisse,