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134 ODISSEA

E a lei Cosí rispose I’accorto pensiero d’Ulisse:
«O veneranda consorte d’Ulisse, lígliuol di Laerte,
il tuo bel vteo piú non sciupare, non struggerti il cuore,
per singhiozzare il tuo sposo. Rampogna non già te ne faccio:
ogni altra donna ch’abbia perduto il legittimo sposo
che a lei s’uni d’amore, che n’ebbe figliuoli, lo piange,
anche se Ulisse non sia, cui dicono pari ai Celesti.
Ma tuttavia desisti dal pianto, ed ascolta i miei detti:
eh io voglio dirti, senza mentire né asconderti nulla,
ciò che narrare udii poco fa del ritorno d’Ulisse,
poco lontano di qui, fra le tèsprote genti felici:
che Ulisse vive, e porla con sé molti e rari cimeli,
che asilo fra le genti riceve; ma i cari compagni
perse e la rapida nave, nel mare purpureo, salpando
dall’isola Trinacria, per l’ira del Sole e di Giove:
ché aveano i suoi compagni sgozzati i giovenchi del Sole.
Quelli morirono tutti tra il’ fiero ondeggiare del ponto;
su la carena Ulisse gittato fu invece dai flutti
al suolo dei Feaci, che sono parenti dei Numi,
che di gran cuore onore gli fecero come a un Celeste,
gli offriron molti doni; e incolume in patria essi stessi
voleano accompagnarlo. E qui già sarebbe da un pezzo
Ulisse; ma però gli parve migliore partito
per molte terre andare vagando, e ammassare ricchezze:
tanto nel lucro Ulisse piú scaltro è degli uomini tutti,
né dei mortali alcuno contendere seco potrebbe.
Questo mi raccontò Fidone, dei Tèsproti sire;
e m’accertò, libando, giurandomi sotto il suo tetto
ch’era la nave in mare già scesa, già pronti i compagni
che ricondurlo doveano al suol della patria diletta.