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CANTO XIX 133

e questo, pur tentando fuggire, guizzava coi piedi.
Ed una tunica vidi, che tutte cingeagli le membra,
fulgida, fine come la buccia d’un arido pomo,
cosi morbida; e come la luce del sole fulgeva;
si che a mirarlo stupite restavano femmine molte.
E un’altra cosa ancora ti dico, e tu figgila in mente:
non so se tali vesti Ulisse le prese di casa,
o se qualcun degli amici, degli ospiti alcuno, mentr’egli
era per mar, glie le diede; ché amico era Ulisse di molti:
ché tra gli Achivi ben pochi potevano stargli alla pari.
Ed una spada allora gli diedi di bronzo, e una bella
tunica doppia, che ai pie’ gli scendeva, di porpora; e seco
a fargli scorta mossi fin presso alla rapida nave.
Ed un araldo poco di lui piú provetto negli anni,
seguialo; ed anche questo ti dico qual era d’aspetto:
curvo di spalle, nero di pelle, di chiome ricciute;
era il suo nome Euribate: e lui piú che gli altri compagni
molto pregiava Ulisse: ché aveva concordi pensieri».
Cosí disse. E la brama di pianto nel cuore alla donna
crebbe ancor piú: ché i segni conobbe descritti da Ulisse.
E poi che fu sfogata la brama del flebile pianto,
schiuse a rispondere allora le labbra, Cosí prese a dire:
«Se pietosa cura, nel cuor poco fa mi destavi,
ospite, or sotto il mio tetto sarai venerato ed amato:
però ch’io stessa diedi le vesti che dici ad Ulisse,
ben ripiegale, come le tolsi di stanza; e una fibbia
per ornamento v’aggiunsi. Ahimè, che vederlo di nuovo
piú non potrò, che al suo tetto ritorni, alla terra paterna;
ché con sinistro augurio Ulisse salpò su le navi
verso Ilio maledetta, che pur non vorrei nominare!»