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132 ODISSEA

fatto avea sorger, che a terra prostrava col soffio le genti.
Al tredicesimo di, cadde il vento e partirono tutti».
Cosí molte menzogne parlava in sembianza di vero;
e udiva’quella, e pianto versava, e bagnava le guance.
Come su l’alte cime dei monti si fonde la neve,
dove da Zefiro fu cospersa, quando Euro la scioglie,
e mentre si dissolve, si gonfiano i letti dei fiumi:
cosi le guance belle struggevano lagrime e pianto.
Piangeva ella il suo sposo, che l’era dinanzi. Ed Ulisse
pietà della sua donna sentia, di sue lunghe querele;
ma gli occhi al par di corno restavano, al pari di ferro,
nelle palpebre immoti: ché ad arte frenava il suo pianto.
Poi che si fu saziata la donna di gemiti e pianti,
di nuovo a lui rivolta, parlò queste alate parole:
«Ora davvero porre ti debbo alla prova, straniero,
se veramente colà, si come tu dici, ad Ulisse
offristi ed ai suoi prodi compagni la casa ospitale.
Dimmi che specie mai di vesti ei cingeva alle membra,
e quale era di lui l’aspetto e dei prodi compagni».
E le rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Donna, difficile cosa parlare d’un uomo lontano,
da tanto e tanto tempo; ché già son trascorsi venti anni,
dal giorno ch’ei lasciò la mia patria, la casa ospitale.
Pur tuttavia, ti dirò com’egli m’appare alla mente.
Aveva Ulisse, sangue divino, un mantello a due doppi
di porpora, villoso: stringealo una fibula d’oro
con una gemina staffa. Immagini ornavano il dorso:
coi piedi un can premeva, stringeva fra i denti un cerbiatto
variopinto, che tutto guizzava: stupore a vederli:
ch’erano d’oro; e quello mordeva, strozzava il cerbiatto.