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10 ODISSEA

Nomadi violenti saranno, ed ignari di leggi,
o senso hanno ospitale, mente hanno devota ai Celesti?
Dove mai porterò tutte queste ricchezze? Ed io stesso
dove mi volgerò? Tra i Feaci le avessi lasciate,
ché poi giunto a qualche altro dei prenci potenti sarei,
che ospizio e scorta dato m’avrebbe, si ch’io ritornassi.
Ora, non so dove io le collochi, e qui non le voglio
lasciar, ché divenire non debbano preda degli altri.
Povero me! Non tutti forniti di senno, né giusti
erano dunque i signori che reggon le genti Feacie!
Essi in un’altra terra mi fecero addurre: promessa
fecer che in Itaca avrei sbarcato; e fu vana promessa.
Giove li possa punire, che i supplici cura, che guarda
gli uomini tutti dal cielo, che assegna castigo a chi pecca.
Ma via, le mie ricchezze vo’adesso contare, e vedere
se me ne avessero tolte, fuggendo sul concavo legno».
Disse; ed il novero fece dei tripodi tutti e i lebeti;
e quindi l’oro, e quindi le fulgide vesti tessute.
Né gli mancava nulla. E allor, sospirando la patria,
egli si trascinò su la spiaggia del mare sonante,
versando amaro pianto. E Atena gli venne dappresso,
che avea d’un giovinetto di greggi custode parvenza,
tenero tenero, quali dei principi sono i figliuoli;
ed un mantello aveva sugli omeri, duplice e ricco,
e sotto i morbidi piedi calzari, e zagaglie nel pugno.
E Ulisse s’allegrò, vedendola, e incontro le mosse,
e a lei rivolse il volo di queste veloci parole:
«O caro, poi che in questa contrada te primo io ritrovo,
salute a te: né idea ti colga di offesa recarmi,
anzi salvezza a questi miei beni procaccia, e a te stesso.