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128 ODISSEA

Ma tutto quanto piacque distruggere a Giove Cronide.
Perciò, bada anche tu. che un di tutta perder non debba
la tua bellezza, o donna, per cui tutte or vinci le ancelle:
bada che non si debba crucciare con te la signora,
o che non giunga Ulisse: speranza tultor ne rimane.
Ed anche s’egli è spento, se piú non dovesse tornare,
c’è già fra queste mura, per grazia d’Apollo, un figliuolo
come Telemaco; e niuna di quante fantesche qui sono,
potrà, se male adopra, sfuggirgli: ch’ei piú non è bimbo.».
Cosí parlava Ulisse: l’udiva Penelope scaltra;
ed all’ancella si volse con queste parole d’ingiuria:
«Cagna sfrontata, arrogante, per nulla mi sfugge l’ingiuria
grande che tu mi fai, che tu laverai col tuo sangue;
perché tu ben sapevi, udito da me tu l’avevi,
che io nelle mie stanze veder lo straniero volevo,
e chiedergli d’Ulisse, per cui tanto duolo mi cruccia».
E poi queste parole rivolse alla fida massaia:
«Uno sgabello porta, con pelli da stendervi sopra,
Eurinome, sicché lo straniero vi segga, e mi parli,
e ciò ch’io dico ascolti: ché volgergli debbo dimande».
Disse cosi. L’attenta massaia portò la sgabello
súbito, a terra lo pose, distese sovra esso le pelli.
Quivi a sedere Ulisse tenace divino si pose.
E cominciò per prima Penelope scaltra a parlare:
«Questo ti chiedo prima, straniero: Chi sei? La tua gente
qual’è? Dov’è la tua città? Dove sono i parenti?»
E a lei Cosí rispose l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Niun dei mortali, o divina, sovressa l’illimite terra
biasimo appórti potrebbe: ché al cielo perviene tua fama,
come d’un qualche re senza macchia, che tema i Celesti,