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CANTO XIX 127

Quivi dunque, attendendo l’Aurora divina, si giacque.
Entro la sala invece Ulisse divino rimase,
che con Atena andava tramando la morte dei Proch
Dalla sua stanza frattanto Penelope scaltra scendeva,
simile in tutto ad Artèmide, all’aurea Afrodite, nel volto.
E presso il fuoco un seggio le posero, ov’ella sedeva,
che un giorno il fabbro Icmàlio tornia nell’avorio e l’argento;
e v’era uno sgabello, congiunto col seggio, sporgente,
dove poggiare i piedi: coprir lo solean con un vello.
Quivi a sedere, dunque, si pose Penelope scaltra,
e dalle stanze sceser le ancelle dal candido braccio.
Il pan rimasto queste levarono allor dalle mense,
levar le coppe dove bevevano i Proci arroganti;
e dai bracieri il fuoco gittarono al suolo; e sovra esso
molta ammucchiarono legna, che luce e calore spandesse.
E qui Melanto ancora scagliò contumelie ad Ulisse:
«Infastidirci vuoi dunque, straniero, anche adesso ch’è notte,
gironzolando per tutta la casa, sbirciando le donne?
Sbrigati, sfratta; e buon prò’la cena ti faccia, pezzente;
o presto qualche tizzo farà che tu varchi la soglia».
E bieco la guardò Ulisse, Cosí le rispose:
«Dimmi, perché, sciagurata, m’investi con tanto livore?
Forse perché non son liscio, perché son coperto di cenci,
perché vo’pitoccando? La necessità mi costringe:
tale quale io mi sono son tutti i mendichi e i pitocchi.
Uomo tra gli uomini, anch’io m’ebbi un giorno una casa opulenta,
vissi felice; e diedi del mio cento volte al mendico,
chiunque egli si fosse, checché gli potesse servire.
E a mille a mille avevo domestici, e ogni altra abbondanza
per cui vivono in agio le genti, e son dette felici.