Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/127

126 ODISSEA

Porre le voglio dove non giunga l’afflato del fuoco».
E gli rispose Cosí la fida nutrice Euriclèa:
«Oh!, se davvero un giorno prendessi il partito, figliuolo,
di custodire i tuoi beni, di darli pensier della casa!
Ma chi ti seguirà recando la luce? Le ancelle
che lo potevano fare, non vuoi che abbandonin le stanze I»
Queste parole a lei rispose Telemaco scaltro:
«Mi seguirà lo straniero; perché non voglio io che poltrisca
niuno che mangi il mio pane, per quanto da lungi sia giunto».
Cosí dunque parlò; né l’altra soggiunse parola,
e tutte quante le porte serrò delle comode stanze.
All’opera allor pronti, Ulisse ed il fulgido figlio
gli elmetti trasportaron, le aguzze zagaglie, gli scudi
ombelicati di borchie. Reggendo una fiaccola d’oro,
Pallade Atena effondeva d’intorno bellissima luce.
E volse allora al padre Telemaco queste parole:
«O padre mio, che grande miracolo scorgon questi occhi?
Vedi che le pareti, le travi di pin della stanza,
i bei tramezzi, e l’alte colonne che reggono il tetto,
brillano al guardo come se qui scintillasse un gran fuoco?
Certo è qui alcuno dei Numi che reggono il cielo infinito».
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Taci, ed i tuoi pensieri raffrena; né piú dimandare.
Tale il costume è appunto dei Numi che reggon l’Olimpo.
Récati adesso a dormire, tu dunque, mentre io qui rimango:
mettere voglio ancora a prova le ancelle e tua madre,
che m’interrogherà, la misera, punto per punto».
Cosí disse; e traverso la sala, al chiaror delle faci,
mosse Telemaco, entrò, per dormir nella stanza, ove sempre
solea giacere, quando su lui discendeva il sopore.