Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/121

120 ODISSEA

e bieco lo guardò, alate parole rispose:
«Presto vo’ darti il malanno, pitocco cialtrone, che cianci
con tanta tracotanza dinanzi a tanti uomini, senza
punto sgomento nell’animo. O il vino t’ha dato alla testa,
o l’ hai per indole, sempre, di sperdere chiacchiere al vento».
Come ebbe detto, diede di piglio a un panchetto; ma Ulisse,
chino, d’Anfinomo dietro si strinse ai ginocchi, schivando
l’ira d’Eurimaco; e questi colpi la man dritta al coppiere.
Diede un rimbombo, al suolo cadendo, la brocca; e il fanciullo
sopra il piantilo piombò, con un gemito lungo. Ed i Proci
alto levaron frastuono che l’ombra varcò de le sale.
E favellavan cosi, I’uno all’altro, rivolto al vicino:
«Deh!, fosse andato altrove, a rompersi il collo, lontano
di qui, questo foresto che provoca tanto subbuglio.
Ora per un pitocco ci stiamo azzuffando! E finito
è della mensa il piacere, perdendoci in queste miserie! ’
E questo disse allora Telemaco, stirpe divina:
«Bravi signori, vi gira la testa, né i cibi ed il vino
piú vi riesce a nascondere: e un dèmone certo v’incita:
bene pasciuti siete, tornate a casa a dormire,
se pur n’avete voglia: ché io non discaccio nessuno».
Disse cosi. Tutti quelli si morser le labbra coi denti,
stupefacendosi come Telemaco ardito parlasse.
E la parola prese Anfinomo, e disse: «Compagni,
niuno tra voi s’adiri per queste sue giuste parole,
né rimbeccar lo voglia con dure parole a contrasto.
Non maltrattate piú degli ospiti alcun, dei famigli
che nella casa vivon d’Ulisse divino 1 Su via,
vada il coppiere in giro, nei calici il vino dispensi,
si che si libi, e torni ciascuno al suo tetto al riposo: