Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/119

118 ODISSEA

ma con Eurimaco s’era commista, ed amava lui solo.
Dunque, investi con folli parole d’oltraggio il signore:
«Oh forestiere pitocco, t’ha dato di volta il cervello,
che non hai voglia d’andartene in qualche fucina a dormire,
o ne la loggia, ma qui t’impianti a far tanti discorsi?
Per la battaglia ch’ài vinto contro Irò il mendico ti gonfi?
Bada che non salti su qualcuno piú valido d’Irò,
che con le solide mani t’accerchi di botte la testa,
e ti rimandi a casa tua, tutto lordato di sangue».
E bieco la guardò, Ulisse l’accorto, e le disse:
«O cagna, adesso vo’ da Telemaco, e queste tue ciance
gli riferisco, che t’abbia da uccider, da fare a brandelli».
Disse cosi. Sbigottite da queste parole, le donne
corsero via per la sala, mancando a ciascuna le gambe
per il terrore: ché quelle non parvero vane minacce.
Ed ei presso gli ardenti bracieri, a nutrire la fiamma
se ne rimase, volgendo su tutti lo sguardo. E nel cuore
ben altra gesta pensava, che compiersi presto doveva.
E non permise Atena che i Proci superbi frenarsi
potesser troppo a lungo, bensí li suase all’oltraggio,
perché piú a fondo il cruccio scendesse nel cuore d’Ulisse.
Primo il figliuolo d’Eurimaco. Pòlibo, queste parole
disse, fra I’alte risa dei Proci, a dileggio d’Ulisse:
«Datemi ascolto, voi. pretendenti dell’inclita donna:
io voglio dire una cosa che I’animo dentro mi detta.
Non è qui giunto senza volere dei Numi quell’uomo:
questo baglior di faci s’effonde, se pur non m’inganno,
dalla sua fronte; ché in testa non gli è piú rimasto un capello!»
Disse cosi; poi volse tai detti ad Ulisse guerriero:
«O forestiere, vorresti, se io ti prendessi, e ti dessi