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116 ODISSEA

Dunque non posso sapere se un Dio mi vuol salvo, o se in Troia
spento cadrò. Ma tu in casa, Penelope, a lutto provvedi.
Vivono in tasa mio padre, mia madre; e tu abbine cura,
come ora I’ hai, piú ancora di adesso, quando io sarò lungi.
Quando poi tu vedrai Telemaco pubere, allora
scegliti pure lo sposo che brami e abbandona la casa».
Cosí diceva; e quanto diceva, ora tutto è compiuto.
Presto verrà la notte che nozze aborrite m’appresti,
misera me, poi che Giove mi volle privar d’ogni bene.
Ma quanto grave corruccio su l’anima e il cuore mi pesa!
Questo non era l’uso degl’innamorati d’un tempo,
quando una nobile donna figliuola d’un uomo opulento
desideravano sposa, cercandone a gara il possesso;
bensí portavano essi giovenchi, con pecore pingui,
da banchettare i parenti, presenti offerivan di pregio,
non divoravano, senza pagar, le sostanze degli altri!».
Cosí diceva: e Ulisse divino tenace fu lieto
ch’ella carpisse ai proci regali, ed i cuor lusingasse
con parolette melate, ben altro volgendo nel cuore.
E a lei Cosí rispose Antinoo, figlio d’Eupito:
«D’Icaro figlia, saggia Penelope, i doni tu accetta
da chicchessia degli Achivi, che voglia portarteli in casa:
poi che non è cosa bella respingere doni. Ma noi
non torneremo alle nostre faccende, né altrove, se prima
’ tu non eleggi uno sposo fra noi, chi ti sembri il migliore».
Questi furono i detti d’Antinoo, che piacquero a tutti.
Ed un araldo inviò ciascuno, che doni recasse.
Quello d’Antinoo un grande portò fulgidissimo peplo
versicolore; e una fila di dodici fibule d’oro,
che lo chiudean giú giú, con la presa dei denti ricurvi.