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114 ODISSEA

«Oh poveretta me, che morbido sonno m’ha presa!
Oh, m inviasse Artemide pura si dolce la morte,
subito adèsso, che piú non debba distruggere in pianto
questa mia misera vita per brama del caro mio sposo
d’ogni virtú dotato, del primo in valor fra gli Achivi».
Poich’ebbe detto cosi, dalle fulgide stanze discese,
sola non già, ma i suoi passi seguivano entrambe le ancelle.
Or, come appena fra i proci fu giunta la donna divina,
alta, presso un dei pilastri, che il tetto reggevano, stette,
chiusa nel morbido velo le gote; e le ancelle vezzose
stavano entrambe ai suoi lati. Mancar le ginocchia a tal vista
tutti s’intesero i giovani, e i cuori molciti d’amore:
e desiavano tutti sul talamo accanto giacerle.
Ella a Telemaco, al figlio diletto, volgea la parola:
«Piú non t’assistono cuore né senno, Telemaco. Quando
eri tuttora fanciullo, vedevi assai meglio il tuo bene.
Ora che fatto sei grande, che tocchi l’età piú fiorente,
e chicchessia ti guardasse, vedendoti come sei bello,
come sei grande e gagliardo, direbbe felice tuo padre,
ora non hai piú criterio, piú salda la mente non hai:
poi che segui tal fatto: che tu nella casa paterna
hai tollerato che un ospite fosse Cosí malmenato».
E le rispose con tali parole Telemaco saggio:
«Non ti saprei biasimare, che tanto, o mia madre, t’adiri.
L’animo mio vede tutto, dal male sa scernere il bene,
ch’io piú non son fanciullo; ma dato non m’è ch’io m’attenga
sempre a giustizia: ché questi malvagi mi son sempre addosso,
sempre di qua e di là m’incalzan; né c’è chi mi aiuti.
Ben altra fine s’ebbe la zuffa fra l’ospite ed Irò
che non voleano i proci: la forza di quello prevalse.