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CANTO XVIII 113

Va dunque, di’, senza nulla tacer, ciò che devi, a tuo figlio.
Ma prima il viso tergi, d’unguenti le guance cospergi,
e non andar col volto Cosí tutto intriso di pianto.
Male non v’ha peggiore d’un lutto che duri perenne.
Già tuo figliuolo è negli anni che tu supplicavi ai Celesti
pur di vedere: gli ombra le guance la prima peluria».
E le rispose Cosí Penelope, scaltro pensiero:
«So che t’ispira interesse per me; ma non darmi il consiglio
ch’io mi deterga il viso, che m’unga di morbido unguento.
La mia bellezza i Numi che reggon l’Olimpo han distrutta
quel di che Ulisse lungi parti sui ricurvi navigli.
Ma fa chiamare, che vengano, Autònoe con Ippodamia,
che stiano presso a me nella sala: fra gli uomini andare
non posso io già da sola: ché a me lo divieta il riserbo».
Disse Cosí Penelope, e usci dalla stanza la vecchia,
e l’ambasciata alle ancelle, che presto venissero, fece.
Altro alior volse in mente la diva occhicerula Atena:
sopra la figlia d’Icaro effuse tranquillo sopore,
l’addormentò reclina, sovresso il gran seggio, le membra
abbandonate al riposo. Frattanto la Dea fra le Dee
doni le diede immortali, perchè l’ammirassero i Proci.
Prima sul viso bello cosparse l’unguento d’ambrosia
onde pur essa la Dea di Citerà dal serto vezzoso
s’asperge, quando va fra l’amabile stuol de le Grazie.
Quindi piú alta la rese, piú florida molto a vederla,
candida piú la rese d’avorio pur ora fenduto.
Quand’ebbe ciò compiuto, parti la divina signora,
e dalle stanze le ancelle giungean dalle candide braccia,
parlando ad alta voce, sicché, dal sopore riscossa,
ella si stropicciò con le mani le palpebre e disse: