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108 ODISSEA

Non provocarmi alla zuffa, ché, in ira salito, non debba,
pur Cosí vpcchio, di sangue le labbra cospargerti e il petto.
Certo! E domani sarei piú tranquillo: ché tu per un pezzo
non metteresti piú piede, credo io. nella casa d’Ulisse».
Irò accattone, montato su tutte le furie, rispose:
«Poveri noi, che mulino di chiacchiere è questo affamato!
Pare una sguattera vecchia! Ma penso di fargli un servizio,
ambe le guance scotendogli, tutti schizzandogli i denti
dalle mascelle, come d’un porco che strugge le biade.
Ora succingiti, e tutti ci osservino, mentre lottiamo:
come vuoi tu con un uomo piú giovin di te misurarti?»
Dinanzi all’alta porta, sovressa la lucida soglia,
cosi fra i due quest’aspra contesa d’ingiurie avvampava.
E se n’accorse Antinoo, sovrano mercè dei Celesti,
e tali detti volse, ridendo di gusto, ai compagni:
«Amici miei, tal bazza non mai ci toccò prima d’ora.
Qual mai dolce sollazzo quest’oggi ci mandano i Numi!
Il forestiero con Irò, venuti fra loro a contesa,
stanno per azzuffarsi. Su dunque, aizziamoli, svelti!».
Disse cosi. Tutti quanti s’alzarono in piedi ridendo,
e s’aggrupparono in giro dintorno ai cenciosi pitocchi.
E Cosí disse allora Antinoo, tíglio d’Eupito:
«Datemi retta, compagni magnanimi, a quello ch’io dico:
qui sopra il fuoco ci sono codeste pancette di capra:
d’adipe e sangue rempiute, poniamole sopra la mensa,
e chi dei due piú mostri vigore, e consegua il trionfo,
si faccia pure avanti, ne pigli finché glie ne basti,
e stia sempre a banchetto fra noi, d’ora innanzi; e permesso
non abbia altro pitocco, che dentro si cacci a piatire».
Queste parole Antinoo diceva; e assentivano tutti.