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     E sopraggiunse un pitocco che andava per Itaca in giro,
limosinando, famoso per rabida furia vorace
di rimpinzare la pancia di cibi e bevande. Né forza,
né possedeva coraggio, ma grande era e grosso a vederlo.
E si chiamava Arnèo: tal nome gli pose la madre
quand’egli nacque: ma Iro solevano i Proci chiamarlo,
ch’egli a portare ambasciate trottava ove tu gli dicessi.
Dunque, ed appena fu giunto, scacciar volle Ulisse di casa,
e l'affrontò con parole rissose: «Via, sgombera, o vecchio,
quella è la porta! Se no, per un pie’ ti ghermisco, ed io stesso
ti ci trascino. Non vedi? M’ammiccano tutti con gli occhi,
m’incitan ch’io ti trascini. Però mi vergogno di farlo.
Sfratta, se tu non vuoi contender, venire alle mani».
     E bieco lo guardò Ulisse, e cosí gli rispose:
«O galantuomo, niun male ti faccio o ti dico, né invidia
se chicchessia ti regala, ti porto, e se tu molto buschi.
C’è posto in questa casa per me e per te: né tu devi
invidiar l’altrui bene. Mi sembri anche tu mendicante,
come sono io, vagabondo: provvedano i Numi ad entrambi.