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CANTO XVII 101

e pane, e dolce vino, ne mangiano solo i lor servi;
ed essi in casa nostra perpetiiamente girando,
macellano giovenchi con pecore e capre pasciute,’
e gozzoviglia fanno, tracannano il fulgido vino,
senza riguardi, e il meglio consuman; perché manca un uomo
quale era Ulisse, che tenga lontan dalla casa il flagello.
Ma se tornasse alla patria, se Ulisse giungesse, ben presto
saprebbe, insiem col figlio, fiaccar l’arroganza dei Proci I».
Disse. E sternuti forte Telemaco; ed alto rimbombo
die’tutta quanta in giro la casa. E Penèlope rise,
e súbito ad Eumèo parlò queste alate parole:
«Va, lo straniero chiama tu dunque, che innanzi a me venga:
vedi com’ha sternutilo mio figlio al finir del discorto?
Essere certa perciò dovrebbe la morte dei Proci;
di tutti: niun la morte sfuggire dovrebbe e la Parca.
Un’altra cosa ancora ti dico, e tu figgila in mente.
Se troverò che il vero narrato m’abbia ei tutto quanto,
lo coprirò di vesti leggiadre, una tunica e un manto».
Cosí disse; e com’ebbe parlato, il porcaro si mosse.
E giunto accanto a Ulisse, parlò queste alate parole:
«Ti chiama presso a sé di Telemaco, o caro, la madre,
Penelope la scaltra: ti vuol dimandare d’Ulisse,
sebbene già sia stata delusa da molti dolori;
e se vedrà che il vero narrato le avrai tutto quanto,
ti coprirà d’una tunica e un manto: ché tu n’ hai bisogno
piú che d’ogni altra cosa: tra il popol potrai mendicare,
per nutricarti, il pane, da chi sia disposto a donarlo».
E gli rispose Ulisse tenace con queste parole:
«Eumèo, súbito il vero narrare potrei tutto quanto
d’Inaco alla figliuola, Penelope scaltra; ché molto